Salvare il pianeta? L’unica via le rinnovabili, dicono Iea e Irena

Mentre negli Stati Uniti Trump sta tentando di resuscitare un’industria ormai morente, quella del carbone, nel resto del mondo la transizione energetica è già cominciata. Una transizione che potrebbe portare alla riduzione del 70 per cento delle emissioni di CO2 legate al settore energetico entro il 2050, ovvero in 35 anni. A dirlo qui a Berlino sono le due agenzie internazionali dell’energia, la Iea (International energy agency) e l’Irena (International renewable energy agency) che a Berlino hanno presentato il primo studio congiunto sulle implicazioni della decarbonizzazione del settore energetico. “Perspective for the energy transition” infatti dà una chiara indicazione di quali siano gli investimenti necessari al fine di raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi e come evitare di continuare ad investire in tecnologie energetiche dannose per l’ambiente. Questo perché oggi il settore energetico è responsabile della produzione dei 2/3 delle emissioni globali di CO2. 

Dal Berlin Energy Transition Dialogue, tenutosi nella capitale tedesca il 21 e 22 marzo scorsi, il messaggio che arriva è chiaro: gli obiettivi di riduzione delle emissioni e di mantenimento delle temperature “ben al di sotto” dei 2°C, saranno raggiunti puntando sullo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica nei Paesi del G20. “Negli ultimi 100 anni le emissioni di CO2 hanno continuato ad aumentare. Per le prima volta negli ultimi tre anni le emissioni si sono stabilizzate anche a fronte di una crescita economica”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Iea. “Ciò significa che possiamo avere crescita economica e riuscire allo stesso tempo a stabilizzare le emissioni”. 

Più rinnovabili, più lavoro. È proprio questo il focus dello studio. Investendo sulla trasformazione del settore energetico a livello globale si avrà da un lato una decisa riduzione delle emissioni, dall’altro una crescita del Pil globale dello 0,8 per cento, creando allo stesso tempo nuovi posti di lavoro. Il rapporto spiega che entro il 2050 il settore energetico, incluso quello relativo l’efficientamento energetico, potrà creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro e che il calo dell’occupazione nel settore dei combustibili fossili sarà minore del numero di nuovi green jobs creati dalle rinnovabili. “Il momento per la transizione energetica non è mai stato così forte”, ha detto Adnan Z. Amin, direttore generale di Irena. “Oggi in tutto il mondo, i nuovi impianti ad energia rinnovabile in costruzione generano energia elettrica ad un costo minore rispetto alle centrali alimentate con combustibili fossili. Siamo sulla buona strada per trasformare il sistema energetico globale, ma il successo dipenderà dalle misure urgenti adottate”. 

Sembra quasi un mantra, ripetuto spesso durante i due giorni del Betd 2017: “sono indispensabili maggiori investimenti”. Nel rapporto infatti si legge che per raggiungere la transizione energetica sarà necessario investire almeno 29mila miliardi di dollari nel periodo che va da qui al 2050. Non solo, ma entro tale data il 95 per cento dell’elettricità dovrà essere a “basso tenore di carbonio”; il 70 per cento delle nuove automobili dovrà essere elettrico; sarà necessario riqualificare l’intero patrimonio immobiliare e che l’industria tagli dell’80 per cento le proprie emissioni. Ma se l’obiettivo sembra essere poco realistico, in aiuto ci vengono i fatti: negli ultimi anni più della metà della nuova produzione di energia da fonti rinnovabili viene dai Paesi in via di sviluppo, mentre la maggiore riduzione delle emissioni si sono avute in Paesi come Stati Uniti e Cina. Secondo il New Energy Outlook 2016 redatto da Bloomberg New Energy Finance, carbone e gas più economici non influenzeranno la transizione e decarbonizzazione dei sistemi energetici. “Nel 2040 le fonti a zero emissioni copriranno il 60 per cento della capacità installata”, si legge nel rapporto. “Vento e sole copriranno il 64 per cento dei 8,6 TW di nuova capacità installata globalmente nei prossimi 25 anni, mentre riceveranno oltre il 60 per cento degli 11mila miliardi di dollari investiti”. Una profonda trasformazione, in tempi relativamente brevi. Forse troppo. 


Fonte: La Stampa

 
 

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