Samso, modello Danimarca: l’ecorivoluzione è cooperativa

L’ecologia non è solo roba per “figli dei fiori”. Può diventare un affare niente male, ma anche il mezzo per salvare dall’abbandono e dall’oblio un’intera isola e saldare la sua comunità. Con una rivoluzione green e cooperativa. Siamo a Samso: un’isoletta 26 chilometri lunga e 7 larga, 114 chilometri quadrati di freschi campi, profumati boschi e prati digradanti verso il mare. Cristallino ma freddo per noi mediterranei. Di norma, in quest’isola a metà strada tra Sjaelland, Fyn e lo Jutland, vivono solo 4500 abitanti; in luglio, la stagione migliore e più calda per la Danimarca, ci sono moltissimi turisti venuti a godere il sole. E ad ammirare il piccolo-grande miracolo di un’isola che non solo è completamente autosufficiente sul piano energetico, ma che vende - arricchendo i suoi abitanti - l’elettricità pulita. Un’isola che entro il 2030 vuole diventare CO2 free , e il cui esempio potrebbe essere facilmente imitato da tante isole italiane.  

La storia comincia nel 1997 quando il governo danese, per dimostrare le sue serie intenzioni in campo ambientale, lancio un «concorso» tra comunità isolane per il miglior progetto di autosufficienza energetica, mettendo sul piatto garanzie per gli investimenti green. Il progetto presentato dal comune di Samsø vinse il contest, ma alla prima riunione parteciparono solo 50 persone del posto. Tra questi cinquanta curiosi c’era anche Søren Hermansen: allora solo uno dei tanti coltivatori che facevano sempre più fatica a far quadrare i conti in un’isola che si stava spopolando, e che sembrava senza futuro. Oggi Søren è l’anima dell’Energi Akademiet, l’organismo che coordina localmente il progetto e i suoi sviluppi. «Quasi tutti erano ostili al progetto all’inizio - racconta Hermansen - qui si diceva che era “la solita stupidaggine inventata a Copenhagen”. Ma a me piacque, e mi ci buttai».  

A convincere i prudenti e conservatori contadini e pescatori di Samsø a investire tempo e soldi nella riconversione non fu certo l’ideale ecologista. Ma la possibilità di salvare la comunità, e la certezza che si trattasse di un investimento sensato e garantito. Sensato perché sostenuto dai numeri e perché finanziato dal mercato; conveniente perché il governo danese garantì i risparmi investiti dalla gente del posto nel progetto. In tutto, una somma pari a 60 milioni di euro in otto anni. 

Il risultato? Oggi tutte le case sono ben isolate termicamente. Ci sono quattro impianti che bruciano biomassa (comprata dai coltivatori locali) per fare il teleriscaldamento delle case: tre centraline usano paglia, una scarti del legno. Ogni impianto basta per trecento case, e si stanno introducendo le pompe di calore dove non arriva la rete. Sono state prima costruite 11 pale eoliche sull’isola, totale un megawatt di potenza, e poi un parco eolico offshore con 10 turbine da 2,3 MW. Energia che avanza: il surplus viene venduto alla rete. E quindi i cittadini guadagnano due volte: come venditori di elettricità e come proprietari delle pale eoliche.  

Sì, proprietari. «Qui non avrebbe mai potuto funzionare un’operazione calata dall’alto, magari gestita da una grande impresa venuta da fuori, che poi si sarebbe tenuta i profitti lasciandoci le briciole», chiarisce Hermansen. A Samso si è scelta la via cooperativa: le 11 turbine a terra sono di proprietà di una coop di 450 cittadini che hanno rischiato mettendoci i loro soldi. La mobilitazione locale è passata attraverso un meccanismo concertativo, coinvolgendo le associazioni locali e poi i loro aderenti. Tutti i lavori e le opere sono stati effettuati da imprese e artigiani dell’isola. «Poi nel 2005 abbiamo fatto il parco off shore - continua Søren - e da allora siamo diventati famosi. I turisti sono aumentati, e diffondiamo nel mondo la nostra soluzione». 

Chissà quante isolette italiane - baciate dal sole e piene di vento - potrebbero fermare il declino per poi arricchirsi imitando l’esempio di Samso... 


Fonte: La Stampa

 
 

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