Scontro su commerci e clima. Il G7 unito solo contro il terrore

Stanno cercando una «”bella penna” per firmare il testo». L’ultimo ostacolo della «Dichiarazione di Taormina» per la Sicurezza e contro il terrorismo viene superato poco dopo le cinque del caldo pomeriggio siciliano, quando il personale dell’albergo che ospita il vertice dei Sette Grandi si scatena alla caccia della migliore stilo a disposizione. È un nulla, a questo punto, perché nella giornata dei dissensi Paolo Gentiloni può almeno uscire nel cortile del San Domenico e annunciare il segnale di «grande impegno e unità» a cui il G7 si è appena votato. «Il messaggio politico è la solidarietà dei Paesi del mondo libero in risposta all’attacco ignobile di Manchester», dice il premier, promettendo lotta senza quartiere alla jihad, in cielo, terra e pure sul web, come volevano gli inglesi. Un risultato necessario e ci mancava solo che un vertice imbevuto di dissapori gravi lo impedisse. 

Sono state ore lunghe, prima a passeggio per Taormina, poi a colazione col menu siculo doc e lo zibibbo, infine in sessione ristretta, a teatro e ancora a cena col presidente Mattarella. Si avanza sulla sicurezza dei cittadini, grazie alla mediazione della presidenza italiana del G7. Si resta al palo su commercio, attuazione degli accordi climatici e sicurezza alimentare. Si compie un passettino sulle migrazioni, che vengono riconosciute «questione globale», restando però spoglie di azioni concrete. Ora come mai il Club dei Sette vive di geometrie variabili e divisioni che pure sono indizio di un dialogo che continua. È un’istituzione da rinnovare, il G7 confuso dallo choc trumpiano. Ma finché si parla, in genere non si fa la guerra. 

Il linguaggio dei corpi diventa importante come quello parlato. È un caso se quando i leader si affacciano di buon ora a guardare il panorama mozzafiato di un Mediterraneo in cui è facile sentire la prossimità dell’Africa, frontiera europea dei migranti, Donald Trump non sia presente? Un indizio, il primo. Un altro lo regala il francese Macron che promette un corso alternativo col canadese Trudeau per dare senso «alle sfide della nostra generazione». Poi The Donald che prenota la sala della Sacrestia, la più affrescata dell’Hotel, per un faccia a faccia con Theresa May, alleata di sempre che, mentre studia indebolita la sua Brexit, offre all’americano un ponte prezioso. Infine Angela Merkel, veterana, vicina agli italiani sui migranti, vogliosa di approfondire il legame con l’Eliseo. Ieri sera, in un angolo del giardino del San Domenico, illuminato e con una buvette, attendeva Macron. 

La chiave sono i bilaterali. Anche perché, quando canta, il coro dei Sette stecca. Davanti a una Coca Light, Trump sposa «l’equo commercio» prima di astenersi dallo stigmatizzare il protezionismo. «Il commercio deve essere equo», gli risponde il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, persuaso che il protezionismo non lo possa essere: «Non protegge», argomenta il lussemburghese, che gioca la carta della sovraccapacità cinese, pericolosa per l’economia Ue. I giapponesi «freetrader» esultano. 

«Ci piace il vino italiano più di quello francese, ne consumiamo di californiano e australiano, ecco perché siamo per facilitare gli scambi», sorride uno sherpa del premier Abe. Salvo che c’è poco da ridere perché Trump vuole bilateralizzare la globalizzazione e trova «cattiva» la Germania che vende troppe auto in America. La pioggia di distinguo non ha sepolto l’offesa 

«La discussione ha individuato punti in comune su cui lavorare», riassume Gentiloni alla fine del «giorno-1». Sei Stati insistono sul taglio delle emissioni per fermare il clima che cambia; Trump ci pensa, forse. Almeno cinque Paesi aborrono il protezionismo, sei con un Macron molto trumpiano: fuori il solito Donald. Oggi la breve dichiarazione finale, sei pagine invece delle solite 30 e rotti, dirà anche che bisogna accogliere i rifugiati, controllare le frontiere nazionali e considerare investimenti in Africa per fermare alla radice i flussi migratori, il che fa pensare alla tentazione di chiuderli da qualche parte prima che partano. L’Italia voleva di più, voleva una strategia: l’uomo della Casa Bianca ha detto «stop». Ci riprova May invocando un tavolo in casa Onu per la Pace in Libia che chiuda la porta al terrorismo, soluzione ardua in quanto multilaterale, parola tabù del trumpismo. Vedremo la sostanza delle conclusioni e, soprattutto, come andrà la manifestazione dei 3500 anti G7. «Sarà pacifica», dicono le forze dell’ordine. In realtà, sino all’ultimo, non si può mai sapere. 


Fonte: La Stampa

 
 

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