Estrarre bitcoin consuma più energia dell’Ecuador

(Foto: ROSLAN RAHMAN/AFP/Getty Images)

I bitcoin hanno un serio problema con l’energia. La moneta elettronica creata nel 2009, infatti, diventa sempre più difficile da estrarre, o minare, per usare un termine caro agli informatici. Secondo le ultime stime, infatti, poiché le operazioni computazionali da effettuare per produrre nuovi bitcoin e ridistribuirli tra gli utenti diventano sempre più complesse, l’energia necessaria ogni ora sarebbe diventata oggi comparabile, per esempio, al fabbisogno annuo dall’Ecuador. Un dato che solleva alcune perplessità sulla sostenibilità della criptomoneta, il cui valore tra l’altro è aumentato vertiginosamente nelle ultime settimane, arrivando a toccare, nei giorni scorsi, quota 7mila dollari. In ogni caso, c’è già chi si è messo a lavoro per cercare di mettere una toppa al problema, proponendo un cambio di rotta per rendere l’estrazione di moneta più sostenibile dal punto di vista energetico.

Ma andiamo con ordine e facciamo un po’ di chiarezza.

Le transazioni (ovvero gli spostamenti di bitcoin da un portafoglio virtuale all’altro ) si basano sulla cosiddetta blockchain: un utente (chi possiede la moneta) trasmette i dettagli della transazione in una rete di computer collegati, dove vengono poi duplicati in migliaia di documenti identici. “La blockchain, ovvero il database introdotto dal bitcoin, è una sorta di registro delle transazioni: perché sia sempre integro c’è bisogno che nessun computer che faccia parte della rete possa essere manomesso”, afferma Teunis Brosens, analista economico di Ing.

Sostanzialmente, vuol dire che nessun computer deve poter essere in grado, autonomamente, di aggiungere nuove voce al registro delle transazioni (altrimenti chiunque potrebbe battere moneta e mettersela in tasca): per far sì che questo non avvenga, il processo di autenticazione delle transazioni è stato reso molto lungo e complesso. Ogni transazione viene approvata solo quando tutti i computer della rete vengono a capo di un problema computazionale che richiede enorme e prolungata potenza di calcolo. Problemi che, man mano che il registro si allunga, diventano sempre più complicati. E che dunque, per l’appunto, richiedono sempre più energia per essere risolti. Ed eccoci tornati al punto da cui eravamo partiti: secondo le ultime stime, il costo del bitcoin in termini energetici è arrivato a toccare 23,07 terawatt all’ora, circa la quantità di energia elettrica utilizzata dall’Ecuador ogni anno.

Come racconta New Scientist, comunque, recentemente sono stati proposte diverse idee per migliorare la sostenibilità della criptomoneta. Una startup russa, Comino, propone per esempio dei radiatori in grado di trasformare questo porcesso in calore utile, un’idea che però, al momento, non ha riscosso troppo successo. Un’altra idea è quella di OgNasty, un’azienda che si occupa di estrazione di bitcoin e che ha lanciato, nel 2012, il Green Energy Bitcoin Mining Project, che fa uso di energie rinnovabili (in particolare solare ed eolica) per estrarre la moneta. Ma potrebbe non essere ancora abbastanza: forse potrebbe essere arrivato il momento di ripensare l’architettura della criptomoneta, adottando un metodo di estrazione energeticamente più vantaggioso. Vitalik Buterin, fondatore di Ethereum, un’altra criptovaluta, ha appena annunciato una nuova modalità di transazione, la cosiddetta “proof of stake”: sostanzialmente, anziché richiedere ai computer di svolgere calcoli per autenticarsi nel registro delle transazioni, si richiede agli utenti di depositare una quantità di denaro in un fondo comune, che poi potranno ritirare se la transazione stessa si rivela autentica. Un’idea che, almeno teoricamente, dovrebbe minimizzare sia il rischio di frodi che il fabbisogno energetico. Staremo a vedere come la prenderà la comunità dei minatori.


Fonte: WIRED.it

 
 

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