Siamo entrati nel più grande data center d’Italia

Gli impianti di energia (foto: Luca Zorloni per Wired)

Negli anni di picco di ordini dai cancelli del cotonificio Legler passavano fino a 2.500 lavoratori. Dallo stabilimento di Ponte San Pietro, paese di 12mila abitanti alla foce delle valli bergamasche, uscivano metri e metri di tela per jeans. Per 150 anni i telai della Legler hanno distribuito occupazione nella provincia di Bergamo. Nei dintorni di Ponte San Pietro quasi tutte le famiglie hanno un parente che abbia lavorato nel cotonificio. Fino al tracollo, nel 2007, quando gli ultimi proprietari della Texfer hanno dichiarato fallimento. I 200mila metri quadri dello stabilimento, affacciato sul fiume Brembo, per anni sono stati una città fantasma nella città, custodita solo da alcuni guardiani. File di villette a schiere si affacciavano sugli 886 metri di lunghezza del cratere della Legler. Finché Aruba non ha messo gli occhi sull’area.

Oggi l’ex cotonificio è diventato il più grande campus data center in Italia. L’industria del secolo scorso è stata trasformata in una fabbrica del terzo millennio, dove saranno conservati petabyte su petabyte di informazioni.

Aruba ha inaugurato la prima delle cinque palazzine che ospiteranno i server per i servizi cloud, nel quadrante nord dell’ex Legler. “Abbiamo già iniziato i lavori per l’area sud. Ci siamo dati un tempo per completare l’investimento di 5-10 anni. Se continua così, saremo pronti in cinque anni”, spiega Stefano Cecconi, amministratore delegato di Aruba e seconda generazione al timone dell’azienda di famiglia.

Dalla pre-apertura a giugno le prenotazioni sono fioccate. Aruba offre alle aziende clienti anche uffici all’interno della palazzina e dei dieci disponibili, sei sono già stati occupati.

Rendering del campus di Aruba

L’aspetto esteriore del data center è anonimo. Un placido robot tagliaerba tiene in ordine il prato intorno all’edificio scuro, ricoperto di pannelli solari. All’interno, dopo aver superato i luminosi acquari degli uffici, ci si addentra in lunghi, asettici corridoi bianchi, da cui si accede al cuore del data center, ossia le sale con i server. Un data center è, di fatto, la sala macchine su cui si appoggiano servizi come siti internet, ecommerce, email, archivi in cloud per le aziende. In pratica consiste in file di armadi, i rack, dove sono allineati i server che elaborano le informazioni.

Gli armadi con i server (foto: Luca Zorloni per Wired)

Nella prima palazzina di Aruba si contiene dieci sale dati da 1.000 metri quadri l’una. Ciascuna può contenere fino a 300 armadi e 1.200 server. Un collegamento in fibra ottica spenta raggiunge il Milan internet exchange, il più grande snodo tra internet provider in Italia. La capacità iniziale è di 100 gigabit al secondo. Intel ha fornito schede di memoria con transistor 3D, le 3D Nand, “che permettono di archiviare più dati e di risparmiare sui consumi di energia”, spiega il direttore della multinazionale in Italia, Maurizio Riva.

La bolletta della luce è uno dei costi che incide di più sulla gestione di un data center. Anche se gli armadi svolgono il loro lavoro in silenzio, a dispetto dei rumorosi telai del vecchio cotonificio, in quanto a consumi di energia i macchinari fanno a gara. Tanto che Aruba si è convinta a investire nell’ex cotonificio anche per la presenza di una centrale idroelettrica, costruita per alimentare la fabbrica precedente. “Il primo impianto assorbe 15 megawatt, come una piccola città. Dalle fonti rinnovabili, idroelettrico e pannelli fotovoltaici, ricaviamo un paio di megawatt”, spiega Cecconi. La centrale energetica del data center sorge in un ex magazzino del cotonificio, a fianco delle sale dati. Pesanti container custodiscono i gruppi elettrogeni e le batterie che consentono di mantenere in funzione i server in caso di blackout. All’esterno sono collocati altri gruppi di continuità e un generatore a gasolio che può tenere acceso il data center per 48 ore.

Uno dei principi di costruzione del data center è la ridondanza. “Ogni elemento deve avere un suo gemello per garantire che non ci siano interruzioni nel funzionamento”, spiega il responsabile del sito per Aruba, Giorgio Girelli. Ogni tassello dell’impianto, quindi, ha un doppio che entra in funzione qualora l’originale non funzionasse. Vale per gli impianti di energia così come per quelli di raffreddamento, che devono mantenere la temperatura nelle sale macchine a 18-20 gradi. Di nuovo, i vecchi impianti del cotonificio sono tornati utili al data center. La Legler aveva dei pozzi a monte, che ora canalizzano acqua nelle tubature di Aruba.

L’aria fredda viene incanalata fin sotto gli armadi dei server e attraverso un sistema di griglie fluisce all’interno dei rack, stempera i server poi, dopo essersi riscaldata, viene spedita attraverso un sistema di camini, in un controsoffitto alto tre metri per essere dispersa. Sotto il pavimento si trova una camera alta due metri, dove passa l’aria fredda e dove sono collocati tutti gli impianti che servono le sale dati. “In questo modo le canaline sono distribuite a più altezze ed è più agevole la manutenzione”, osserva Girelli.

La centrale idroelettrica

Per accedere alla sala macchine si superano sei controlli di sicurezza, che leggono una combinazione di badge e pin. Le porte all’ingresso della palazzina sembrano degli innocui pannelli di vetro scorrevoli, ma hanno una doppia apertura per far passare una persona alla volta e all’interno celano sistemi di metal detector e controllo del peso. Se le aziende ingabbiano il proprio rack, si aggiunge un settimo livello di sicurezza prima di arrivare all’armadio con i server.

Il campus data center di Bergamo è il quarto realizzato da Aruba in Italia. La società ne ha due ad Arezzo, da dove è partita negli anni Novanta, e uno a Milano. Ma nel complesso questi tre centri ospitano 4.100 armadi. Solo nella prima palazzina di Ponte San Pietro ne sono stati installati 3.600. Cecconi tiene la bocca cucina sul volume dell’investimento. “È importante, ma non possiamo dichiararlo perché è un’informazione preziosa per chi fa il nostro mestiere”, spiega. Ma precisa che con le attuali prenotazioni dei clienti è già a breakeven. E aggiunge: “È stato fatto tutto con risorse proprie dell’azienda”. Tale è la rilevanza del nuovo impianto da spingere Aruba a trasferire la sede legale a Bergamo. Il gruppo della famiglia Cecconi ha 4,7 milioni di utenti, gestisce 7,4 milioni di caselle email, 100mila server e 5 milioni di caselle pec. All’interno dei suoi data center mantiene 2,1 milioni di domini e 1,2 milioni di siti in hosting.

Stefano Cecconi, ad di Aruba (foto: Luca Zorloni per Wired)

Al momento l’impianto occupa cento persone, tra cui anche alcuni ex manutentori del cotonificio. “A pieno regime i lavoratori oscilleranno tra 500 e mille, a seconda di quante aziende ci affideranno la gestione dei servizi in outsourcing. La tendenza, comunque, è ad affidarci un outsourcing completo”, precisa l’ad. Aruba ha spostato nel nuovo data center alcuni operatori della sede di Milano, ma sta cercando tecnici sistemisti e laureati in materie informatiche per integrare l’organico. “Questo posto rischiava di diventare uno dei buchi neri dell’era post industriale in provincia di Bergamo”, commenta il vicesindaco di Ponte San Pietro, Matteo Macoli. Aruba promette di raggiungere livelli occupazione paragonabili a quelli della vecchia fabbrica. Per il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, “con questo investimento il nostro territorio vuole competere nelle prossime frontiere dell’innovazione”.

Nel complesso, il data center di Aruba sposta a sud il baricentro delle infrastrutture informatiche europee. “In generale questi grandi impianti si trovano nel nord Europa, al freddo, e spesso la gente non sa che lavora con data center a chilometri e chilometri di distanza”, osserva Riva di Intel. Con il centro di Ponte San Pietro, però, per il manager l’Italia avrà molte possibilità competitive, perché più aziende multinazionali potranno investire su un’infrastruttura nel nostro Paese”.


Fonte: WIRED.it

 
 

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